Cina : stupore e tremori
English - Français - Português The English, French and Portuguese translations were produced with the support of AI tools and reviewed by the author.Più che raccontare un paese, un primo sguardo in movimento - per forza frammentario - girando quindici giorni tra Beijing, Pingyao, Xi’an, Yangshuo e Shanghai.
Ingenuamente, mi aspettavo qualcosa di “comunista”: la falce e il martello qua e là, discreti come il minuscolo pin del postino, qualche casetta con il poster di Mao.
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Una turista chiede: “In cosa credete?” La guida risponde: “In noi stessi.” Tosti, penso io.
In un tempio, stessa domanda: “Nei soldi.” E ride, le preghiere vanno al sodo: lavoro, concorsi, soldi.
Osservo il Budda: grasso, ride, banconote nel suo grembo. Già.
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Fuori dai templi, neon, merci, gadget, cibo ovunque e in abbondanza.
Città scenografiche dalle luci scintillanti, tendenti al kitsch: delle vere Las Vegas orientali. I cinesi escono, visitano, adorano il karaoke, adorano divertisi.
Poi auto di lusso. Marchi occidentali. Shanghai: più Starbucks che a New York.
Comunsumismo? Consumunismo? Secondo paese al mondo per numero di miliardari, tra comunismo e consumismo.
Ma la ricchezza individuale non si può ostentare: il troppo stroppia, e sui social cinesi chi esagera viene bannato.
Bisogna progredire, o farlo credere, tutti assieme.
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Comunque. Marciapiedi puliti. Strade silenziose.
Auto e motorini elettrici che avanzano senza farsi sentire.
Piazza viva: anziani e non solo ballano, giocano e fanno ginnastica.
Spazi pubblici sicuri e rassicuranti. Cortesia ovunque. Qualità di vita top.
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Il rovescio della medaglia: tutti sul telefono.
Coppie di morosi e gruppi al ristorante, curvi sullo schermo, ognuno nella propria bolla.
Si paga ovunque con QR code. Zero (virgola zero uno) contanti.
La tecnologia rende tutto fluido: da Pechino a Shanghai - metro, treni, aerei, ristoranti - prenoti e paghi tutto con un bip e con una voce metallica che avvisa che la transazione è stata effettuata. Avvicino il mio cellulare al QR di un mendicante. I robot fanno da room service. Universo tecnologico.
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Comunque, la Cina è uno di quei paesi che ti lasciano a bocca aperta (anche in senso proprio… presi 3 chili al volo). Parti con la voglia di ritornarci. Subito.
Come con il Brasile — dove mi installai — e con Cuba: culture e persone che ti entrano dentro.
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E poi, muraglie, palazzi, pagode, la Città Proibita, l’esercito di terracotta… Tanta storia, tanta cultura. E paesaggi mozzafiato. Pazzesco.
Templi coloratissimi dove i fedeli scivolano da un altare all’altro per adempiere a riti - a volte express.
La tradizione esplode anche visivamente: ragazze in eleganti costumi attraversano le città, chissà se per un legame profondo con il passato o per un presente effimero, fatto di pose fotogeniche per Douyin e Red Note, i social locali. La verità in mezzo ?
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Alla fine, la Cina - che controlla, pianifica, distrugge e costruisce - sembra proiettarsi in avanti con valori solidi, dove la coesione sociale conta più della libertà.
Un contrasto forte con le nostre nazioni, spesso ingessate e sempre più disgregate.
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Elogio della Cina? Non esattamente.
Cerco libertà E coesione. Chiedo troppo?
Il gigante asiatico è un invito a guardare anche altrove.
Dimenticavo. Il titolo? Pensando alla Cina, non riesco a non ripensare l’ilare e inquietante romanzo di Amélie Nothomb sul Giappone: Stupore e tremori. È un po’ la mia prima impressione.